Magazine Play Therapy: cos’è, come funziona e perché aiuta i bambini

Play Therapy: cos'è, come funziona e perché aiuta i bambini

Play Therapy: cos'è, come funziona e perché aiuta i bambini

Quando una bambina o un bambino entra in ospedale, per una visita o un ricovero, cambia tutto all’improvviso: non c’è solo una malattia da affrontare, ma anche spazi e ritmi nuovi, persone diverse e abitudini interrotte. La quotidianità lascia il posto a un tempo altro, che può disorientare ed essere difficile da comprendere. Un tempo che ha bisogno di essere accompagnato, sostenuto e, per quanto possibile, reso più vicino a ciò che si conosce e rassicura.
Ed è proprio qui che entra in gioco la Play Therapy, parte integrante e fondamentale di un percorso di cura pediatrico. Possiamo definirla una “cura speciale” che ha un obiettivo molto importante: rendere il tempo trascorso in ospedale più familiare possibile e far sentire i piccoli pazienti come a casa propria.

Il gioco, la lettura, l’ortogiardino, i colori e gli arredi a misura di bambino e bambina, l’allegria dei clown e dei cani della Pet Therapy, le note dei musicisti nei reparti: tutte le attività che fanno parte della Play Therapy contribuiscono a costruire un ambiente in cui i bambini possono continuare a essere bambini, anche durante un momento difficile.

In questo articolo scopriamo insieme cos’è la Play Therapy, come funziona e quali benefici può offrire. E soprattutto come, al Meyer, il gioco è ogni giorno una forma importantissima di cura.

Cos’è la Play Therapy?

La Play Therapy è un approccio terapeutico che utilizza il gioco come linguaggio primario per accedere al mondo emotivo di bambini e bambine. La sua definizione clinica la identifica come una forma di psicoterapia adattata all’infanzia, in cui il gioco svolge la stessa funzione che il linguaggio verbale ha nella terapia degli adulti. Nel contesto ospedaliero, il significato si amplia: la Play Therapy diventa un insieme di interventi finalizzati a ridurre l’impatto dell’ospedalizzazione e a garantire continuità allo sviluppo del bambino anche durante il ricovero.

Per capire davvero cosa sia la Play Therapy, bisogna partire da un punto semplice: il gioco non è un’attività accessoria nell’infanzia, ma una sua dimensione fondamentale. È in questo modo che i bambini esplorano, comprendono, costruiscono relazioni e danno senso a tutto ciò che vivono. Quando questa possibilità viene interrotta, come può accadere durante una permanenza in ospedale, può venir meno anche un equilibrio importante.

In questo senso, la Play Therapy non è solo intrattenimento e distrazione oppure uno strumento per esprimere emozioni, ma bensì è un modo per restituire continuità alla vita del bambino, anche dentro i corridoi di un ospedale pediatrico.
La Play Therapy permette di creare condizioni in cui i bambini possano continuare a essere bambini, pur in una situazione diversa dal solito. E questo, non va dimenticato,  può influenzare fortemente anche la buona riuscita della cura.

bambina che gioca con pupazzi durante una sessione di play therapy in ospedale

Perché nasce la Play Therapy?

La Play Therapy nasce agli inizi del Novecento come evoluzione della psicoterapia classica, adattata alle caratteristiche cognitive e comunicative dell’infanzia. I suoi fondatori riconoscono che i bambini non possono esprimere il proprio mondo interiore attraverso il solo linguaggio verbale, e che il gioco rappresenta il loro strumento naturale di elaborazione dell’esperienza. Tra le figure più importanti c’è Melanie Klein, che per prima utilizza il gioco come strumento per comprendere il mondo interno dei bambini, e Anna Freud, che contribuisce a strutturare un approccio più attento alla relazione e al contesto. Più avanti, negli anni ‘40, Virginia Axline, psicologa statunitense, formalizza la Play Therapy sviluppando un modello centrato sul bambino, in cui il gioco diventa uno spazio libero e sicuro, guidato ma non più diretto.

Negli anni successivi, la Play Therapy continua a evolversi e la sua diffusione cresce anche a livello internazionale. Viene utilizzata in ambito ospedaliero, nei servizi di salute mentale, nelle scuole e nei contesti di emergenza, dove il gioco diventa un linguaggio accessibile anche quando le parole non bastano.
Oggi la Play Therapy è riconosciuta come uno strumento efficace per sostenere il benessere emotivo e relazionale durante l’infanzia. La sua forza sta nella semplicità del mezzo, il gioco, e nella profondità del suo significato: offrire uno spazio in cui sentirsi visti, ascoltati e accompagnati, rispettando i tempi e le modalità di ciascuno.

Esempi di Play Therapy: come si pratica

Una sessione di Play Therapy si svolge in uno spazio dedicato, pensato per mettere il bambino o la bambina a proprio agio: una stanza con materiali specifici come pupazzi, costruzioni e personaggi in miniatura. L’ambiente non è casuale: ogni elemento è scelto per offrire al bambino strumenti di espressione e proiezione emotiva.
Il terapeuta non dirige il gioco, ma osserva, ascolta e facilita. Il suo ruolo è creare uno spazio sicuro in cui il bambino possa muoversi liberamente, senza aspettative o giudizi. Interviene solo per rispecchiare, nominare le emozioni o accompagnare l’elaborazione quando necessario.
Tra le tecniche più utilizzate ci sono, ad esempio:

  • Gioco libero: il bambino sceglie autonomamente materiali e attività, esprimendo il proprio mondo interiore senza strutture imposte.
  • Gioco di ruolo: attraverso personaggi e scenari, il bambino elabora situazioni vissute o temute, a volte invertendo i ruoli per ritrovare un senso di controllo.
  • Tecniche narrative: storie, libri e pupazzi diventano specchio di emozioni difficili da esprimere direttamente.

Dove si pratica la Play Therapy: il contesto dell’ospedale pediatrico

In un contesto come quello ospedaliero, la Play Therapy si presenta come un insieme di interventi che accompagnano la vita quotidiana del bambino o della bambina. È qualcosa che accade durante tutta la giornata, nei reparti e negli spazi comuni.
Non esiste un’unica modalità, ma una rete di attività ed esperienze che si integrano tra loro. Il gioco libero, la lettura, i laboratori creativi, la musica, il teatro, la presenza dei clown, l’incontro con gli animali: ogni attività ha un ruolo diverso ma un obiettivo unico: ridurre la distanza tra ospedale e vita quotidiana.

Lo spazio stesso è elemento fondamentale. I colori, gli arredi e i materiali vengono pensati e scelti per aiutare i bambini a sentirsi come a casa propria. Gli ambienti in cui la Play Therapy si svolge devono parlare il linguaggio dell’infanzia per accogliere e accompagnare bambini e bambine in un contesto pensato per tener conto di chi è, della sua età e, soprattutto, dei suoi bisogni.

Le persone che si occupano delle attività di Play Therapy, inoltre, non si limitano a proporre giochi. Osservano, si relazionano, modulano ogni intervento in base alle condizioni dei piccoli pazienti e al momento che stanno vivendo, lavorando in dialogo costante con tutto il personale sanitario.

Chi può praticare la Play Therapy

La Play Therapy, soprattutto in un ospedale pediatrico, è il risultato di un lavoro di squadra, di persone che si interfacciano tra di loro per prendersi cura dei più piccoli nel modo migliore. Non è affidata a una sola figura, ma a un’équipe multidisciplinare che mette insieme competenze diverse.

Educatori professionali, terapisti della vita infantile, operatori specializzati nelle attività ludico ed espressive, psicologi e psicologhe e anche amici a quattro zampe lavorano insieme, in stretto collegamento con medici e infermieri. Questo permette di costruire un percorso di cura che non si limita alla dimensione clinica, ma tiene conto dell’esperienza complessiva dei bambini.

Terapeuta che osserva un bambino durante una sessione di play therapy con materiali di gioco strutturati

I benefici della Play Therapy su bambini e famiglie

Integrare la Play Therapy nel percorso di cura produce effetti concreti e misurabili, che riguardano non solo il benessere emotivo ma anche il modo in cui viene vissuta l’esperienza ospedaliera nel suo complesso. Non si tratta semplicemente di “far passare il tempo”: il gioco, quando è accompagnato da persone esperte e formate, diventa uno strumento che aiuta a dare senso a ciò che accade, a ridurre lo stress e a mantenere una continuità con la vita quotidiana.
Quando i bambini possono continuare a giocare, a partecipare, a relazionarsi, cambia profondamente il modo in cui affrontano la permanenza in ospedale, che smette di essere solo un luogo dove si affronta un problema di salute e si trasforma in spazio dove esprimersi ed essere riconosciuti. Così, anche le procedure mediche, che possono essere fonte di paura o disagio, possono risultare più comprensibili e quindi più sostenibili.

I benefici della Play Therapy si osservano su più livelli:

  • riduzione dell’ansia e della paura, e in alcuni casi del dolore, soprattutto nei momenti legati a esami e trattamenti;
  • maggiore capacità di adattamento all’ambiente ospedaliero;
  • possibilità di esprimere emozioni complesse, anche quando non è facile trovare le parole per farlo;
  • mantenimento delle competenze relazionali e sociali, grazie al gioco condiviso con pari e operatori;
  • supporto alla comprensione delle cure, attraverso attività che aiutano a rendere più chiari e meno spaventosi strumenti e procedure;
  • continuità con la vita quotidiana, riducendo la distanza percepita da casa, dalla scuola e dalle abitudini.

Gli effetti benefici, poi, non riguardano il bambino o la bambina in cura, ma coinvolgono anche tutta la famiglia. Per un genitore, vedere il proprio figlio o la propria figlia impegnati in attività positive in ambienti su misura per loro aiuta a vivere il percorso con maggiore fiducia e tranquillità.

La terapia cognitivo comportamentale applicata al gioco

Quando si parla di Play Therapy è frequente incontrare un termine correlato che genera spesso confusione: la Cognitive Behavioral Play Therapy, nota con l’acronimo CBPT, ovvero la terapia cognitivo comportamentale applicata al contesto del gioco.
La CBPT non è la stessa cosa della Play Therapy classica. Si tratta di un approccio clinico strutturato, sviluppato negli anni ’90 dalla psicologa Susan Knell, che integra i principi della terapia cognitivo comportamentale, uno dei modelli psicoterapeutici più studiati, all’interno di un setting di gioco pensato per i bambini.
Mentre la Play Therapy tradizionale è spesso non direttiva e lascia al bambino la guida dell’esperienza, la CBPT è un intervento più diretto: il terapeuta utilizza il gioco in modo intenzionale per modificare schemi di pensiero disfunzionali e comportamenti problematici. È indicata in particolare per bambini con ansia, fobie, disturbi post-traumatici e difficoltà comportamentali specifiche.

Nel contesto ospedaliero come quello del Meyer, il riferimento alla Play Therapy indica invece un insieme più ampio di attività ludico-ricreative e di sostegno emotivo, distinte dalla psicoterapia clinica, ma ugualmente strutturate e condotte da professionisti formati. L’obiettivo non è clinico nel senso stretto del termine, ma è rendere l’esperienza del ricovero più umana, accessibile e meno traumatica.

Tutte le forme di Play Therapy all’Ospedale Meyer di Firenze

Il progetto Play Therapy della Fondazione Meyer, possibile grazie anche alla generosità di tante persone che scelgono di esserci attraverso una donazione al Meyer, è un insieme di tanti interventi nati per accompagnare bambini e bambine in un momento difficile, senza farli sentire soli o fuori dal proprio mondo.
Le attività proposte non sono improvvisate, ma sono pensate con cura e attenzione, tenendo conto dell’età, delle condizioni di salute e dei bisogni emotivi di ciascuno. Il “gioco”, inteso nel senso più ampio del termine, diventa così un filo che accompagna durante il ricovero o il passaggio in ospedale, aiutando a mantenere un senso di continuità con la propria quotidianità.

Questa visione affonda le sue radici già negli anni Settanta, quando il Meyer è stato tra i primi ospedali a dedicare uno spazio specifico al gioco. Era una stanza semplice, pensata come luogo di incontro, aperta e condivisa, dove chi era ricoverato poteva ritrovarsi, giocare, incontrare altre persone. Non era solo uno spazio fisico, ma un modo nuovo di intendere la presenza del gioco in ospedale: non come attività marginale, ma come parte integrante dell’esperienza di cura, capace di restituire normalità anche in un contesto straordinario.
Da allora, quel primo spazio si è trasformato in un progetto articolato e in continua evoluzione, che oggi coinvolge diversi ambiti e professionalità. Ecco quali:

La LudoBiblio

Spazio accogliente, colorato e pensato su misura di bambini e bambine, la LudoBiblio del Meyer rappresenta il cuore pulsante del progetto di Play Therapy. È molto più di una semplice ludoteca o biblioteca: è un luogo vivo, familiare, in cui il tempo dell’ospedale può trasformarsi, almeno per un momento, in tempo di gioco, scoperta, incontro e quotidianità. Qui si può giocare, leggere, prendere giochi e libri in prestito, ricevere visite di fratellini e amici, assistere a spettacoli, partecipare a feste e a laboratori creativi. Ma soprattutto, la LudoBiblio è uno spazio in cui continuare a sentirsi bambini, anche durante un ricovero o una giornata trascorsa in ospedale per visite e controlli.
Aperta a tutti i bambini, sia quelli ricoverati che quelli di passaggio per visite o controlli, e sette giorni su sette,  la LudoBiblio è uno spazio che accoglie e mette in relazione, contribuendo a rendere l’esperienza ospedaliera più sostenibile e vicina alla normalità.
Nel corso dell’anno ospita anche iniziative speciali, come “Le domeniche in LudoBiblio”, una rassegna sostenuta dalla Fondazione Meyer e da Fondazione Deloitte che prevede spettacoli teatrali, concerti, laboratori artistici e attività creative curate da professionisti. La LudoBiblio, ogni domenica mattina, diventa così anche un luogo di incontro e di cultura.

Recentemente è nato anche lapresadellapastiglia, il nuovo sito dedicato alla LudoBiblio: uno spazio online che racconta le attività, i progetti e le iniziative legate alla Play Therapy e permette di consultare il calendario sempre aggiornato degli appuntamenti e degli eventi in programma.

La Musica in Ospedale

La musica è una forma d’arte che influenza in modo diretto corpo e mente. Offre numerosi effetti benefici, fisici e mentali, riducendo lo stress e aumentando il buonumore. E ha anche un impatto terapeutico sul dolore, le funzioni motorie e anche l’ansia preoperatoria. Per questo è una delle attività che fanno parte della Play Therapy al Meyer.
Il nostro progetto Meyermusica porta la musica dentro l’ospedale in modo diffuso, attraversando i reparti e gli spazi condivisi e coinvolgendo chi li vive ogni giorno: bambini e bambine, famiglie, personale sanitario, visitatori.
La musica entra anche nelle stanze, raggiungendo chi non può spostarsi, e diventa un modo per creare un ambiente più accogliente. Le sonorità, le interazioni, i piccoli momenti condivisi contribuiscono ad alleggerire lo stress e a migliorare la qualità del tempo trascorso in ospedale, offrendo uno spazio diverso in cui fermarsi, ascoltare, partecipare.

I Clown in corsia

Sorridere e ridere può alleggerire anche i momenti più complessi, soprattutto in ospedale. Per questo, ogni giorno al Meyer, nei reparti, al Pronto Soccorso e nelle sale d’attesa, sono presenti i clown, figure professionali che portano con sé un’allegria discreta, mai invadente, capace di adattarsi a ogni situazione.
Tempi e modalità sono, quindi, pensati in base al contesto, all’età e alle condizioni di chi hanno davanti. A volte basta un gesto leggero, altre volte nasce un piccolo gioco condiviso. In molti casi i clown coinvolgono anche genitori, familiari e personale sanitario, creando momenti di relazione che aiutano a cambiare, anche solo per un attimo, il clima delle stanze.

La Pet Therapy

I protagonisti di questa attività di Play Therapy sono cani appositamente formati che, insieme ai loro conduttori, entrano nei reparti portando dolcezza, allegria e gioia. Non si tratta solo di “animali che fanno compagnia”, ma di interventi strutturati, in cui ogni incontro è pensato in base alle condizioni e ai bisogni di chi è ricoverato. Intorno a questi momenti si crea uno spazio di contatto, una dimensione in cui la tensione si abbassa, il corpo si rilassa e diventa più facile lasciare spazio a emozioni positive.

I cani sono selezionati e preparati con cura per lavorare in un ambiente complesso come quello ospedaliero: sono abituati al contatto con persone diverse, ai suoni, agli spazi e alle dinamiche dei reparti. E sanno anche modulare il loro comportamento in base a chi hanno davanti.

L’Ortogiardino

L’Ortogiardino del Meyer è uno spazio che mette in relazione esperienza, cura e tempo, offrendo un modo diverso di vivere anche il periodo del ricovero. Quando la stagione lo permette, uscire all’aria aperta, toccare la terra, seminare e prendersi cura di una pianta diventa un gesto ricco di significato.
Esiste una dimensione simbolica che accompagna tutto questo: come medici, infermieri e tutto il personale si prendono cura dei bambini e delle bambine, anche loro, nell’orto, diventano protagonisti di gesti di cura. Seminano, aspettano, osservano i cambiamenti, imparano che serve pazienza per vedere fiori e frutti.
Allo stesso tempo, l’Ortogiardino permette di recuperare il contatto con l’esterno, con la luce naturale, con i ritmi della natura. Stare all’aria aperta, quando possibile, aiuta a interrompere la routine dell’ospedale, offrendo uno spazio più libero, in cui muoversi, esplorare, respirare.
Numerosi studi hanno evidenziato come il contatto con il verde e con ambienti naturali possa avere effetti benefici sul benessere psicofisico: contribuisce a ridurre lo stress, favorisce il rilassamento, migliora l’umore e sostiene anche la capacità di concentrazione. Inserire questa dimensione all’interno dell’ospedale significa ampliare lo sguardo sulla cura, includendo anche ciò che può aiutare a stare meglio, giorno dopo giorno.

Bambini che giocano nella ludoteca dell'ospedale Meyer di Firenze

Come sostenere la Play Therapy al Meyer

Sostenere la Play Therapy al Meyer vuol dire contribuire in modo concreto a rendere l’ospedale un luogo in cui la cura passa anche attraverso il gioco, la relazione e l’ascolto profondo dei bisogni emotivi di bambine, bambini e adolescenti. Significa essere parte di un progetto ampio, che punta a rendere l’esperienza in ospedale meno disorientante e più comprensibile.

La Fondazione Meyer lavora ogni giorno per trasformare questo approccio in pratica quotidiana, grazie alla fiducia di chi decide di contribuire. Donazioni, eventi di raccolta fondi, crowdfunding, 5×1000 e ogni altro tipo di partecipazione attiva ci aiutano a consolidare e ampliare i percorsi di Play Therapy, offrendo a sempre più famiglie un accompagnamento attento e rispettoso.

Anche la tua scelta di essere al nostro fianco può tradursi in strumenti e nuove attività dedicate, capaci di affiancare il percorso clinico con un’attenzione autentica all’intera dimensione di ogni bambino e ogni bambina.

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