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Lo aveva deciso già da piccola, che da grande avrebbe fatto il medico. Al punto che la sua pediatra, che lo aveva evidentemente intuito, un giorno le suggerì: “Perché non inizi facendo la volontaria al Meyer, Annalisa?”
Così è stato. La dottoressa Annalisa Tondo oggi è alla guida dell’Oncologia del Meyer, ma nel nostro ospedale è entrata, appena maggiorenne, in altre vesti. E con le idee molto chiare:
“Iniziai da subito in questo reparto, avevo perso un cugino per una leucemia e per me è stato decisivo, da volontaria, l’incontro con una bambina in attesa di trapianto”.
Sono passati tanti anni, tante storie. Tanta cura. Ed eccola qua, con un grande sorriso negli occhi, in equilibrio tra il suo ruolo clinico – irrinunciabile, a fianco di bambini e famiglie – e quello organizzativo, di supervisione sulla squadra di colleghi:
“Non mi sento indispensabile, amo lasciare libere le persone con cui lavoro perché ho grande fiducia in ognuna: so che posso contare su di loro, e loro sanno che se hanno necessità possono coinvolgermi”.
Succede ad esempio quando le situazioni dei bambini sono particolarmente complesse, quando occorre affrontare colloqui difficili. Il lavoro di squadra e l’approccio multidisciplinare stanno molto a cuore alla nostra dottoressa:
“È in questo modo che mettiamo a punto progetti innovativi – come abbiamo fatto con l’introduzione dello yoga e della terapia estetica per i piccoli pazienti – immaginiamo gli spazi e ci dedichiamo alla ricerca per migliorare le terapie e accogliere bisogni nuovi”.
E siccome la dottoressa Tondo ha capito, nel tempo, che è indispensabile prendersi cura di sé e dedicarsi alle cose che piacciono, qualche anno fa ha deciso di rimettersi a studiare:
“Sto finendo un’altra specializzazione, in psicoterapia – racconta – Studiare mi dà un senso di grande libertà, mi aiuta a mettermi in discussione: mi sono chiesta come potevo migliorarmi, anche nel rapporto quotidiano con le famiglie e ho deciso di iniziare”.
Uno strumento in più per affrontare un lavoro difficile in un reparto difficile, dove il valore delle parole, dei silenzi e dei gesti segue un’altra scala di grandezza e spesso rincorre significati impervi.
C’è un episodio, nel percorso della nostra pediatra, che schiude l’essenza del “prendersi cura” . È difficile da raccontare, ci proviamo.
“Ana era una bambina di sette anni, che oggi purtroppo non c’è più. Un giorno dovevo fare una foto per una campagna dell’ospedale ed ero imbarazzatissima, davanti al fotografo. Allora ci ha pensato lei: mi ha preso il fonendoscopio e lo ha messo in modo che ci cingesse tutte e due. Prendersi cura, purtroppo, non sempre significa salvare: curare è anche entrare in contatto, come è successo con quel fonendoscopio, e io mi sento in debito, nei confronti del mio lavoro, perché mi dà tantissimo nel grado di relazioni che vivo”.